8° parte
Ma aveva già studiato una soluzione piuttosto soddisfacente, se fosse riuscita. Ricordò di essere entrato nella girandola del serpente ai 120 continuando ostinatamente per qualche metro a non voler sterzare. Lui ed il suo copilota furono pervasi dall'adrenalina che si trasformò in terrore per meno di un secondo. Poi senza indugiare aveva tirato il freno a mano con tutte le sue forze e l'aveva immediatamente mollato. Il suo amico fu sospinto dalla parte del pilota dalla forza centrifuga che quasi lo fece cadere tra le sue braccia. I pneumatici che strisciavano lungo l'asfalto lasciarono la loro firma per almento 4 metri, ma riuscì a recuperare lo sforzo del motore poco prima che potesse rilassarsi del tutto, mantenendo costantemente la lancetta del tachimetro abbondandtemente al di sopra dei 100 km/h.
La notizia della sua strepitosa riuscita aveva fatto tutto il giro della cittadina ed era arrivata anche nel college dove studiava, un trentina di km più lontano.
Quello che stava succedendo, disseppellì quel ricordo della sua adolescenza che orami aveva dimenticato da molto tempo.
Ma che poteva volere da loro il pazzo scatenato che avevano davanti?
Divertirsi o suicidarsi?
E riecco il pensiero della morte che si intrufolava nei suoi pensieri con la spavalderia di chi ormai conosce la strada e la combinazione che apre il cancello per quella strada. E la percorreva sempre nel momento meno opportuno.
Lo specialista che lo aveva visitato lo aveva tranquillizzato. Riusciva a ricordare ancora lo loro conversazione a quattr'occhi come se fossero stati vecchi amici d'infanzia che si ritrovavano casualmente ad un bar. E l'atmosfera calda ed amichevole come quella di una festa aveva contribuito a fargli svuotare il sacco. Il suo viso sorridente e disteso lo aveva fatto rilassare con molta facilità, si era sentito quasi subito a suo agio, lo ricordava. Ed era no passati subito al punto.
- Perchè pensi così spesso alla morte? - gli aveva chiesto con in mano un blocchetto per gli appunti come quello che dovevano usare gli ispettori di polizia.
- Non lo so. - gli aveva risposto - E' più forte di me. E' come una calamita che mi attira verso una forza estrema. Non so come altro descriverlo. E' come la curiosità di un bambino catturata dai misteriosi ed occulti segreti di un precipizio. -
- Capisco. Ma in fondo non hai alcun motivo per pensarci. Riflettici! Il lavoro non porta via spazio ai pensieri? -
- Ma non resto in auto tutto il giorno, e anche prima di addormentarmi può capitare che invada quella soglia.-
- Che cosa vedi al di là del confine? -
- Buio pesto, perchè non riesco a vedere niente. E' come se dentro di me qualcosa mi impedisse di accendere la luce e di poter scoprire. -
- Sei religioso? Credi nel paradiso? -
- Molto poco, forse perchè non è una realtà che si può toccare. -
- Ma allora che cosa ti attira della morte?
- Credo il passaggio. Mi incuriosisce come da vivi si può, tutto d'un tratto diventare morti. -
- Come immagini questa frontiera? Voglio dire in cosa personifichi la morte?
- In tante cose, molte delle quali sono stereotipi, come lo scheletro con la falce impugnata in modo aggressivo, ma che conosce il destino di ognuno di noi. Ma sotto quel lungo mantello nero dev'esserci una donna, ne sono sicuro!
- Come fai a dirlo? - Gli chiese mentre faceva uno schizzo veloce sul primo foglio.
- Non lo so mi piace pensarlo. Però, secondo me, dev'essere piacevole il trapasso per mando di una di loro, così sofisticata ed attraente. - Di nuovo scrisse qualcos asul foglietto che aveva davanti.
- Che cosa ti spinge a pensarlo? Perchè hai bisogno di evadere in questa maniera?-
7° parte
Ripetè l'abile messinscena per trovarsi proprio dietro la Mustang. Non si perse in pensieri e diede gas con un sorriso che cominciava a distenderle le labbra. Un gioco del genere le dava vita alle vene e riattivava la sua attenzione persa nelle centinaia di riunioni e sedute a cui aveva presieduto per mandare avanti la sua società.
- Che cosa avrà in mente quel tipo? - le chiese l'autista sostituito, mentre osserveva coinvolto quello che succedeva, afferrandosi al sendire anteriore.
- Niente di buono, comunque. Quello smidollato non ha la targa. -
Aveva ragione. Era una vecchia auto sprovvista di targa, quella che avevano davanti.
La Mercedes la tamponò quasi immediatamente, spingendola in avanti con forza. Il pararusti di plastica e carbonio crepò, ma la mascherina cromata non subì danni.
Il posteriore della Mustang, già vecchio e consunto accolse l'urto affondando in se stesso ed accartorcciandosi. L'auto parve abbassarsi sulle ruote posteriore come mossa da un'onda irrefrenabile o un cavallo che si stava impennando.
Cercava forse di fuggire?
- Non ce la farai mai a seminarmi! - affermò la donna che restava al volante e che continuava a premere più forte il pedale dell'acceleratore. Le si stava avvicinando di nuovo rapidamente. Il muso ancora nuovo della Mercedes ebbe un sobbalzo ricevuto dagli ammortizzatori. Sembrava non vedesse l'ora di inzzuppare di nuovo l'avantremo nel retrotreno dell'altra auto che sembrava impazzita. La urtò di nuovo con più violenza e la Mustang sbandò leggermente come se fosse confusa, ops... come se il suo pilota non sapesse come reagire.
Ma quello che poteva sembrare intontimento in realtà era rabbia pura.
- Mi sono sempre piaciuti gli autoscontri! - affermò la donna che guidava mentre il giovane non mancava di osservarla e di prestare attenzione ad ogni sua parola.
Lei lo sbirciò dallo specchietto in un attimo di calma e vide la sua espressione per nulla preoccupata, anzi, sembrava cominciasse essere divertito da quella vicenda che sembrava essere una vignetta dei fumetti. Sembrava tutto piuttosto irreale, come una montatura, uno scherzo, ma lo era?
Era passato in un attimo dall'eccitazione che aveva coinvolto l'intera sua mente in pulsazioni sorde e piacevoli al divertimento di un gioco che pareva essere stato creato per dare più energia alla loro benzina interna. Ma la realtà era diversa. Sapeva benissimo che non stavano scherzando nè lei, nè il pilota della macchina che li precedeva e se era un pazzo era anche pericoloso.
Eppure la situazione lo esaltava ugualmente, come se stesse ascoltando un concerto rock, come se ci stesse partecipando. Era il brivido del pericolo e quasi la consapevolezza che le sue possibilità non erano limitate, sensazioni che non provava più dalle sue ultime bravate di ragazzo. Come quando una decina d'anni prima, durante una notte si era già messo a guidare per una strada completamente deserta, una di quelle ricche di curve serpeggianti e con i fanali stirati sul'asfalto alla massima potenza si era sentito dilaniare da forze incredibilmente intime che lo avevano avvolto nel loro mantello ed accompagnato lungo la sua prima ed esaltante corsa per precedere gli spiriti che davano fuoco al gas di scarico.
Non era stato solo in quella mitica esperienza. Un suo amico lo aveva convinto a provare, in una sfida a raggiungere i 100 km/h in una curva a gomito. La girandola del serpente, l'avevano soprannominata i ragazzi della cittadina in cui viveva e che la conoscevano bene. Era come l'iniziazione che ognuno doveva superare per dichiararsi alla gente come maturo ed esperto, un uomo. Non esisteva alcun pericolo di incontrare altre auto in quel luogo, soprattutot di notte, ma non era altrettanto facile superare la prova senza perdere il controllo, o di sè stessi o dell'auto.
6° parte
E, oltre la carreggiata, un po' più a destra nessun albero costeggiava quella via, soltanto l'erba che lasciava vedere il baratro in aspra pendenza che si apriva come una bocca mai sazia.
Un'altra auto percorreva la loro stessa strada. Era qualche tornante più in basso, ma, dalla velocità che manteneva perfino in curva, avrebbe raggiunto in poco tempo la Mercedes che non sapeva scherzare in fatto di andatura rapida e guidatore spericolato. Ad un certo punto i due rombi si sovrapposero formando una voce unica, ma soltanto per un momento.
La vecchia Mustang si stava avvicinando con un borbottio molto elevato come se avesse avuto il tubo di scappamento forato e usurato in più punti. Era piuttosto rovinata, la mascherina cromata pendeva da un lato ed era inarcata come se avesse ricevuto un colpo frontale contro un altro veicolo. I fanali anteriori erano crepati in più punti in una rosa di schegge che non ne volevano sapere di appassire. Il parafango anteriore destro portava una profondoa ammaccatura ma sembrava che l'assetto non ne avesse risentito. La carrozzeria era impolverata e la vernice consumata. Comunque sembrava fosse di un colore scuro, forse nero in tempi lontanti. Allo specchietto retrovisore interno erano appesi due dadi di peluche portafortuna di un rosa sbiadito e sul parabrezza c'era attaccato un vecchio adesivo rotondo sul quale nemmeno si riusciva a leggere la scritta originale. L'abitacolo era reso scuro dal fango che incrostava i finestrini e dagli stessi che erano oscurati. Il pilota non era raggiungibile da uno sguardo esterno. Soltanto due cose la rendeva irriconoscibile da altri catorci simili: cerchi in lega che parevano nuovi di zecca a forma di stella cromati e lustrati a dovere e un piccolo cavallo cromato in testa al cofano che sembrava correre e dare rilievo alla sua presenza. Quel tipo di macchina era abbastanza comune in America, ma con tutti quei particolari il proprietario l'avrebbe subito riconosicuta tra mille: se mai ne avesse avuto uno.
Ormai aveva raggiunto la Mercedes e le stava proprio dietro. Continuava ad avanzare col suo passo ma non sembrava ver intenzione di superarla, anzi per un momento parve proprio volerla tamponare in corsa. Poi sembrò quasi arrendersi e decelerare sbandando col muso come un serpente che striscia sulla sabbia di un deserto.
La donna aveva notato la manovra sospetta che aveva eseguito l'auto dietro alla sua e non aspettò che il pilota tornasse alla carica. Accelerò senza timore ed il suo compagno fu costretto a risedersi al suo posto, spinto dalla nuova energia impressa all'auto.
-Accidenti, che succede?-
-C'è un pazzo dietro di noi, sembrava avesse la piena intenzione di tamponarci. Se io non acceleravo, lui ci avrebbe tamponato.-
Diede subito un'occhiata dietro di loro e attraverso il lunotto vide la Mustang che ancora sbandava incontrollata.
-Secondo me, quel tipo ha bevuto!- affermò lui, rivolgendosi alla donna che aveva improvvisamente dovuto abbandonare.
Non passò molto tempo e furono tamponati veramente.
-Maledetto!- imprecò il pilota che non voleva per nessun motivo arrendersi ad una simile violenza.
Accelerò di più, ma furono tamponati una seconda volta e sussultarono in avanti stavolta, per la violenza del colpo ricevuto.
-Ok, se è proprio questo che vuoi!- provocò di nuovo la donna con un sorriso che pareva saperla lunga sulle manovre automobilistiche. In un largo tornante prese la curva più ampiamente possibile e diede gas senza paura. La Mercedes sovrasterzò abbondantemente facendo appena appena scivolare i pneumatici posteriori sulla ghiaia e facendo sbandare verso l'esterno della curva il retrotreno. In una manciata di secondi si trovò a percorre la corsia opposta.
5° parte
Sembravano due ali scure di un gabbiano piegate in una espressione di provocazione.
Cercò di deglutire ma ci riuscì a fatica con la gola secca. Accostò come gli aveva consigliato lei ed aspettò che gli arrivassero nuovi ordini, mentre un magnifico formicolio di desiderio gli ardeva nel petto e lungo il ventre. Non osò voltarsi anche se ne avrebbe avuto bisogno.
Lei si avvicinò con le spalle ai sedili anteriori proponendogli di sedersi accanto a lei. Uscì, quindi dall'abitacolo nel suo vestito nero da autista e si ravvivò i capelli con una mano, tirando un respiro di piena agitazione. I suoi occhi, nel sole del pomeriggio inoltrato mandarono un brillio, mentre poco più oltre si poteva ascoltare il rumore del mare contro la scogliera. Risalì di nuovo e si accomodò accanto a lei. I finestrini opachi e oscurati lasciavano filtrare meno luce di quanta avrebbe potuto entrare. Le vide le gambe color crema, ma più affascinanti di quanto avrebbe mai creduto. La guardò dritta negli occhi, mentre si slacciava la collana di seta nera con il fermaglio d'oro che aveva avvolto il collo come il collare di un metallaro. E lei fece altrettanto, per qualche istante, il tempo di capire se il tuo dipendente ci sarebbe stato. Lo fissò con una tale intensità che lui si sentì scuoiare. Ma era come se gli avesse regalato nuova forza, tanto che riusciì a sistenerlo senza le formalità del suo mestiere. Gli sorrise apertamente dimostrandogli il suo piacere a quel gioco.
Fu allora che lei prese l'iniziativa, scendendo dall'abitacolo, passò davanti alla sua auto con fare sensuale, mentre la mano del vento s'infilò nei capelli a su per le gambe da giovane atleta. Si sedette al posto di guida e ancora prima di avviare il motore diede un'occhiata all'autista che restava col fiato in gola. Gli sorrise di nuovo inarcando le sopracciglia ed abbandonando verso il basso l'angolo esterno degli occhi in uno sguardo languido e pieno di promesse. Le labbra le si socchiusero lasciando intravvedere i bianchi denti e le promesse parvero moltiplicarsi come conigli. Si lasciò scappare un sorriso aperto seduto dietro di lei, come se avesse capito l'intrigo che gli aveva fatto crescere nel cervello. Ne era soddisfatto ugualmente e ricambiò lo sguardo.
- Stai tranquillo, stai tranquillo. Ti porterò a casa tutto intero. - affermò la donna avviando l'auto con uno scatto di potenza. I pneumatici scivolarono per un momento nella terra e nella polvere ed il veicolo si inserì in strada in accelerazione costante.
-Forza che aspetti? Avvicinati. - continuò lei sbirciandolo per mezzo dello specchietto retrovisore. Non rimase troppo sorpreso da quella proposta perchè ormai sapeva che tipo particolare fosse. Ma non si lasciò il tempo di pensare e si avvicinò al sedile del pilota da dietro. Con il viso si accostò ai suoi capelli e vi affondò in un soffio. Scese lungo il collo riempiendola di baci profondi fino alla base di questo. S'interruppe solo per dirle - Non sai da quanto tempo aspettavo. - ad un orecchio.
-Tu avresti potuto farlo.- gli rispose in tono eccitato sottolineando il peso e l'importanza di quel Tu, in una dolce linea che lo aveva racchiuso. Tu. Una semplice frase che gli diede altra forza. Un soggetto che sott'intendeva un "nessun altro".
Si lasciò scivolare lungo il sedile scoprendosi di nuovo le gambe e lui non riuscì a trattenersi dal volerle toccare. Le toccò la coscia, mentre riaffondava il viso nei suoi capelli e nel profumo di fiori che emanavano. E lui voleva fare l'ape. Sebbene avesse avuto l'imminente desiderio di chiuderli, lei riuscì a mantenere gli occhi sulla strada e si sentì riempire di sensazioni calde. La strada, in quel punto costeggiava la collina, lungo il suo versante interno da dove si poteva osservare la città, nemmeno troppo distante per gli occhi.
4° parte
Stavano transitando sull'autostrada verso qualcosa di ignoto, attraversata da una linea nera che indicava la via giusta per raggiungere lo scopo. O potevano essere nuvole cariche di elettricità che vagavano per lo Stato in cerca del luogo adatto dove svuotarsi dei energia o condannate perpetuamente a girare intorno e a non riposarsi mai. O erano due chiazze di petrolio abbandonate a mare?
Uscirono dalla città, con la guida del perfetto autista, calma e controllata. La Mercedes nera si inserì in una strada poco trafficata che saliva per una collina costeggita di verde e viva di animali ancora liberi. Il motore non si sentiva nemmeno coperto dal fruscio dell'impegno con cui i pneumatici afferravano la strada. Ogni tanto gli sfuggiva di usare lo specchietto retrovisore interno per vederla e una di quelle volte lei se ne accorse.
Aveva già notato che il suo autista si concedeva di guardala qualche volta, ed era accaduto sempre più spesso di recente. Fu allora che decise di punto in bianco di lasciargli qualche soddisfazione, subito.
Con gesti lenti e misurati si slegò il fazzoletto che le aveva protetto i capelli fino ad allora, in un morbido ed avvolgente abbraccio biancastro e li lasciò sciovolare disordinatamente sulle spalle. Si tolse gli occhiali da sole che aveva mantenuto sul capo lasciandoli cadere sul sedile poco distante da lei.
L'autista notò all'istante i suoi movimenti e fu subito incerto se fermare l'auto e restare a guardarla o continuare a rimanere indeciso tra lo specchietto e la strada, che come un serpente scivolava sotto le abituate ruote. Neanche a farlo apposta ai piedi della collina, oltre la strada che stavano percorrendo si apriva a precipizio il mare. Lì, una svista durante la guida sarebbe stata fatale. Concedette granparte della sua attenzione all loro sicurezza, ma lungo i rettilinei non sapeva fare a meno di dare un'occhiata discreta dietro a sè.
Lei si tolse gli orecchini, lentamente, come se nel frattempo stesse piacevolmente meditando e li appoggiò accanto al vestito color panna che la modellava in modo perfetto. Accavallò le gambe e si lasciò scivololare giù, tanto che buona parte delle gambe si scoprirono. Diede un'occhiata alla reazione che aveva suscitato in lui e la trovò per quell'attimo che aveva potuto notare, piuttosto sorpresa.
-Accosta al primo piazzale di sosta, per favore.- Gli disse con voce calda, quasi ebbe la possibilità di toccarla, mentre quelle parole volavano nell'abitacolo.
Quando si era presentato per quel lavoro, un giorno di una calda estate, credeva che sarebbe stato possibile provarci subito con lei, ma aveva anche intuito, quasi simultameamente che non era una donna che si faceva pestare i piedi. Aveva immediatmente imparato a rispettarla sebbene il desiderio di rompere la barriera tra datore di lavoro e lavoratore lo avesse sempre dominato. Aveva anche imparato ad aspettare il mometo di particolare estro di cui avrebbe cercato di approfittare. Ma l'audacia che l'aveva caratterizzato il precedente periodo della sua vita era stata rimpiazzata dalla cortesia e da una passione che aveva sempre cercato di mascherare nella sfuggente e frivola realtà. Diede uno sguardo dietro di sè, semplicemente alzando gli occhi. Lo aveva sempre fatto, come mai e ne accorgeva soltanto in quel momento? La vedeva appena, abbassata come stava sul sedile, ma se sopracciglia, la loro posizione consigliavano una grande fermezza d'animo.
3° parte
La preoccupazione che l'aveva sfiorato scivolò indietro come un'auto con la marcia in folle, mentre cercava di arrampicarsi per una ripida salita, quando la vide uscire dal portone d'ingrasso del palazzo seguita da un uomo in giacca e cravatta che pareva voler cercare di convincerla ancora una volta. Avrebbe preferito che fosse arrivata da solama non era il momento adatto per esporre un desiderio come quello.
Si stavano avvicinando e cominciò a poggirasi sulle sue gambe in attesa di aprile la prota. Finalmente potè ascoltare quello che dicevano e si trattava di affari, c'era da aspettarselo.
-Ma non puoi farlo!- affermò l'individuo che l'accompagnava -Rischia l'intera società, così andrà tutto in bocca allo squalo!-
-Non preoccuparti, so ancora quello che faccio. E poi la statistica non è una scienza perfettta, mai crederle completamente.- Ribattè lei, senza alcuna possibilità di persuaderla del contrario. Se lo voleva diventava una testarda incorreggibile, anzi, sapeva convincere gli altri dell'esattezza dei suoi pensieri. Lui la seguiva sempre e gli propose un sorriso così affabile che lei non potè far a meno di ammirare. Entrambi si soffermarono in prossimità del veicolo nero accanto al quale l'autista aspettava. Quest'ultimo in uno scatto di prontezza le aprì l aportiera perchè potesse salire senza attendere nemmeno un secondo e potesse chiudere per sempre quella sgradevole conversazione. Lei si apprestò a salire, ma si ferò per un momento e rivolgendosi all'uomo che l'aveva accompagnata -Mi sono spiegata?- e gli rivolse uno sguardo profondo con i suoi occhi grigi. Prontamente ricevette una risposta affermativa dal suo interlocutore, sorpresosi nel pensare che la società era di sua proprietà, se voleva che tutto andasse a rotoli era affar suo. "E di tutti gli impiegati e collaboratori che si sarebbero ritrovati in mezzo ad una strada".
Non era del tutto convinto e la sua espressione lo dava ben a vedere, ma la rassegnazione lo aveva colpito. Lei s'infilò nell'abitacolo senza abbassare la schiena e ritrasse successivamente le gambe e lasciò un 'ultima occhiata a colui che l'aveva seguita, mentre gli porgeva un dolce sorriso. L'autista si fermò per un attimo ad osservare l'espressione assorta e confusa dell'uomo che aveva davanti per poi richiudere la portiera. Sgusciò via in modo impeccabile, meglio di un fantasma, e si diresse al sedile del pilota. Era molto giovane, sui venticinque anni, capelli neri ed occhi come la pece, come un pozzo senza fondo, come l'oscurità intensa di una notte d'inverno. La frangia liscia gli ricadeva sulla fronte, ma ondeggiava ogni volta che faceva il minimo movimento. Sussultarono anche quando si sedette al posto di guida con tranquillità e buttò subito un occhio al sedile posteriore attraverso lo specchietto retrovisore. La vide mentre guardava fuori e precisamente l'individuo con cui aveva parlato che ritornava sui suoi passi.
Si allontanarono da quel luogo ed attraversarono tutta la città. Lei era tranquilla e pareva rivolgere la sua attenzione al paesaggio che scorreva accanto al finestrino senza nemmeno realmente vederlo come se fosse una pellicola di un film visto e rivisto. Era bionda con capelli lisci e lunghi oltre la spalla abbastanza giovane anche lei. La sua carnagione pallida ci avrebbe raccontato l'essenza di una donna debole ed insicura. Il suo essere in realtà aveva tutt'altre caratteristiche. Il volto dal profilo deciso, le labbra rosse e non troppo carnose, gli angoli delgli occhi che guardavano verso il cielo e le sopracciglie scure e marcate contrariavano con forza l'impressione che si avrebbe potuto avere.
2° parte
Indossò gli occhiali da sole e li spinse con l'indice verso il naso, intanto che aspettava pazientemente che arrivasse la sua datrice di lavoro.
Il grattacielo che gli stava davanti e almeno altri 5 sparsi per la città appartenevano a lei e da lei avevano preso tutto, perfino il grigiore perlaceo dei suoi occhi. E quei palazzi guardavano verso l'alto come mani spinte dal desiderio di riposare.
Osservando quei moderni dinosauri eretti su una gamba sola, mentre restavano ad ascoltare, un raggio di luce lo abbagliò portandolo indietro con la memoria. Ed in attimo credette di essere ritornato bambino, quando nella sua piccola cittadina del sud della California aspettava in una giornata piena di sole e di calore che il pullmino della scuola venisse a prenderlo, tra una ventata di suoi coetanei che gridavano e cantavano quello che avevano imparato la mattina stessa, mentre le maestre li guardavano da lontano perchè non succedesse loro alcunchè.
Poi si vide seduto sugli scalini di entrata del college in cui aveva studiatao, che davano su un cortile interno alberato in cui gli studenti trovano ottimo rifugio durante la pausa pranzo o poco prima di un'interrogazione o di un compito, con i libri sulle ginocchhia e vicini ai piedi, chiusi o aperti con una matita in bocca ed i capelli arruffati dal nervosismo, mentre cercava di prepararsi ad un esame di storia e allo stesso tempo teneva d'occhio la ragazza che lo faceva impazzire.
Non ne sapeva il motivo, ma improvvisamente i suoi ricordi ebbero una scossa e come un computer che leggeva direttamente i dati da un dischetto, intravvide un'immagine che lo trascinava indietro come un vento troppo forte per poterlo contrariare. Un'esplosione, ecco cosa gli venne in mente. Dalla quale il fumo si rigonfiava su se stesso quasi volendo imitare l'effetto della bomba atomica, volendo assumere la forma di un fungo. Rivide le fiamme che, come quelle dell'inferno, si alzano in piedi quasi per impossessarsi del cielo. E l'auto che cedeva al successivo boato che annunciava l'esplosione del serbatoio. E la gola si riempiva di odori e di suoni strani.
Studenti che facevano serrare la mandibola: la carcassa veniva per l'ultima volta demolita definitavamente, mentre i suoi occhi rimanevano come in uno specchio l'immagine delle volute di fumo e fuoco come l'obiettivo impassibile concentrato di un a telecamera del notiziario della sera. Gli bastavano queste immagini per fargli imperlare la fronte con irrequietudine rinnovata.
Ebbe di nuovo un lampo di fremore riaprendo gli occhi sulla realtà ed accorgendosi di non aver mai visto niente di simile.
Un'esplosione? Quella parola gli rimbombava nelle orecchie con la potenza propria di un ricordo ancora vivo e che rivendica i suoi diritti all'esistenza. No, ne era certo, non aveva mai visto con i suoi occhi un'auto scoppiare e dilaniarsi con la stessa energia che le era stata affidata per potersi muovere.
In una gola poi? Non erano mai esistiti precipizi attorno alla sua cittadina. Si trattava forse di una sovrapposizione di ricordi, come avveniva in alcuni trucchi cinematografici per rendere possibili due avvenimenti contemporaneamente? Questi pensieri gli fecero corrugare la fronte e appoggiato all'auto la cui carrozzeria cominciava a scaldarsi sotto l'effetto dell'intensità del sole, non riusciva a trovare una soluzione.
Non che potesse avere importanza ma, come aveva detto Freud, quanto più scalini si sono deformati durante il trascorrere della vita, tanto più la stabilità dell'intera scala ne risultava danneggiata.
Racconto senza titolo
Eccoci qui... come vi avevo promesso mi dedicherò alla ricopiatura via digitale dei miei vecchi scritti.
Non prometto di essere costante a proporli in questa sede... ma vediamo come viene...
Ora vi scriverò di un raccondo di cui non ricordo nemmeno il titolo che avevo scelto.
Lo starter girò con sorprendente stanchezza in un soffio silenzioso. Un rombo riempì la tranquilla e umida penombra del garage pubblico sotterraneo. Gli ingranaggi del cambio si spostarono in prima con colpi soffocati dal loro contenitore. Le luci nel substrato della città erano costantemente accese, ma non riuscivano a dare sufficiente illuminazione. Poteva essere un'atmosfera intima raffreddata dalla durezza del cemento tutt'intorno o poteva essere la classica scenografia di un assassinio senza prove o tracce indiziali. Solamente uno stridere di gomme in fuga eil motore che sale di giri, una lieve pendenza. Comunque, anche di giorno era consigliato accendere i fanali dell'auto, per evitare incidenti, come riportavano i cartelli stampati lungo le pareti. Una grossa freccia sull'asfalto indicava la via corretta per proseguire lungo quelle strade in miniatura.
Non era necessario correre, non c'era nessuna fretta, anche se la padrona aveva dato ad intendere una certa premura ad andarsene, quando era stata risvegliata. I pneumatici lanciarono un grido mentre l'autista eseguiva una curva controllata al millimetro. Il cofano tremò incontrollabilmente sopra allo sprint del motore in un'energia piacevolmente improvvisa. Le fiancate parevano ondeggiare frementi a partire, ma era soltanto un eeffetto ottico dell'oscurità che faceva vedere ciò che non realtà non c'era. La sportiva Mercedes che si era comperata per le sue commissioni dirigenziali, emanava, dalla nera carrozzeria, brillii compiaciuti ed elettrici come se una piccola scarica di potenza li avesse creati. I fanali si accesero scostando la penombra di seta che galleggiava in quell'atmosfera come se si fosse appena svegliata di soprassalto dopo aver udito che qualcuno aveva bisogno del suo aiuto. E le pareti risposero come pappagalli a quel richiamo e avvertimento. Il suo timbro di voce non si alterò quando dovette superare la piccola salita per ritornare alla luce che accarezzò le sue curve ancora resistenti all'aria, ma all'erta, in una sottile curiosità verso il mondo esterno.
La mascherina cromata e ribassata rispetto ai precedenti modelli sbucò scintillando dall'oscurità sotterranea e scarsamente reale. Sembrò sbirciare sulla strada, mentre una Cadillac, impaziente le rifresco il paraurti anteriore nella sua corsa e si allontanò veloce. Arrancò subito dopo in avanti fancendo partire dai pneumatici un suono libero. Con quella rapida accellerata e le gomme aderenti al suolo si inserì nel traffico senza opporre resistenza al pilota e alla sua decisione. E la sua nera figura parve dilungarsi, mentre scivolava tra la luce l'ombra per raggiungere il piazzale. Si sentiva tranquillo, l'autista, sprofondato sul sedile davanti al volante e attento a tutto quello che gli ronzava attorno. Non c'era niente di nuono, tranne il colore del cielo particolarmente intenso cosparso e come puntellato di nuvole di cotone avvolte nella panna. Accostò poco più avanti sulla destra, infilandosi in un posto di parcheggio ancora libero. Girò la chiavetta d'accesione senza por tempo in mezzo e se ne uscì dall'abitacolo dopo aver scorto dallo specchietto retrovisore che poteva farlo senza rischio. Poggiando i piedi per terra sull'asfalto caldo, poteva avvertire il mondo al galoppoo e, se avesse potuto restare immobile ed in silenzio, avrebbe sentito anche il suo respiro, profondo e regolare come quello di un bambino mentre riposa. Ma chiudendo la portiera si scostò subito dall'angolino di strada in cui era incappato, altrimenti sarebbe stato sommerso dallo saclpiccio dei motori e dal ronzare della ruote del traffico in una strada il cui inizio era impossibile da raggiungere, probabilmente perchè non esisteva.