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Un brevetto presentato da Microsoft e da poco approvato potrebbe portare i DRM verso una nuova vita. Lo US Patent and Trademark Office ha accettato un brevetto che descrive un nuovo sistema legato al digital rights management sulle reti peer-to-peer in grado di utilizzare chiavi pubbliche e private per criptare i file, e consentirne dunque l'esecuzione solo da parte degli utenti autorizzati. La proposta da poco approvata potrebbe consentire a Redmond di rilanciare l'utilizzo del p2p attraverso nuove forme commerciali tese a disincentivare la pirateria.
Definito semplicemente con il titolo "Digital rights management system", il brevetto fu presentato da Microsoft nel mese di ottobre del 2003. A sei anni di distanza, il documento è stato infine approvato, ma nel frattempo il panorama della musica digitale è cambiato sensibilmente. Nonostante il dibattito intorno ai DRM non si sia mai del tutto esaurito, i principali protagonisti della musica digitale online hanno optato per sistemi maggiormente aperti e per la diffusione dei brani musicali senza protezioni. In tal senso, la decisione di Apple e di Amazon di abbandonare progressivamente i DRM ha portato a un notevole cambiamento sia da parte delle etichette discografiche, per lungo tempo arroccate su posizioni intransigenti, sia da parte degli utenti che hanno nella maggior parte dei casi adottato i sistemi a pagamento e legali per il download della musica online.
Eppure, in un contesto molto diverso da quello del 2003, il brevetto di Microsoft da poco approvato potrebbe rivelarsi utile per rendere legale lo scambio di alcune tipologie di file, principalmente musica e video, sulle reti peer to peer. Il brevetto viene così descritto dalla società di Redmond: «In un sistema DRM convenzionale, le richieste per l'acquisizione di una licenza sono elaborate da un server centralizzato dedicato alla gestione delle licenze. Ciò rende il server centralizzato per le licenze carico di lavoro, complesso e costoso da mantenere e gestire e lo rende un passaggio debole nel sistema DRM. Per esempio, un malfunzionamento del server centralizzato potrebbe rendere inutilizzabili i normali servizi legati ai DRM. Inoltre, i piccoli produttori di contenuti, come un membro di una catena peer-to-peer, potrebbero non essere in grado di affrontare il costo per l'utilizzo di un server centralizzato per le licenze».
Il documento prosegue ricordando che: «I network peer-to-peer sono diventati un sistema popolare per condividere grandi quantità di dati, come i file musicali che sono spesso disponibili per il download attraverso siti web dedicati al p2p. Buona parte delle reti peer-to-peer, tuttavia, non possiedono un sistema per il controllo degli accessi o una soluzione per il digital rights management. Di conseguenza, le reti p2p possono contribuire alla violazione del diritto d'autore [...] Vi è dunque la necessità di realizzare una infrastruttura legata alla distribuzione pubblica delle licenze per i DRM».
Il sistema proposto da Microsoft comprende l'utilizzo di licenze parziali per la gestione dei DRM. Il sistema fornisce i file con una chiave pubblica che deve essere poi combinata con una chiave privata posseduta dall'utente. La combinazione delle due chiavi rende completa la licenza e consente dunque la riproduzione del contenuto multimediale condiviso. L'adozione di un sistema simile, secondo Redmond, potrebbe consentire l'implementazione di un sistema legale per la condivisione sul p2p in grado di incentivare l'acquisto delle licenze, necessarie per poter riprodurre i file scaricati.
Una nota finale contenuta nel brevetto ricorda come il nuovo sistema possa essere ulteriormente implementato anche per usi diversi da quelli ipotizzati negli esempi allegati alla documentazione. La gestione delle licenze dei DRM proposta da Microsoft potrebbe essere dunque utilizzata anche per altre tipologie di file scambiate sulle reti peer-to-peer.
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PrintL’industria dell’intrattenimento prosegue la sua offensiva finalizzata a contrastare la diffusione illegale di materiale protetto da diritto d’autore mediante sistemi di file sharing.
L’ultima azione, messa in campo dalla FAPAV (Federazione Anti Pirateria Audiovisiva), intende portare Telecom Italia a fornire i dati relativi ai propri clienti ritenuti colpevoli di tali pratiche.
Una situazione che potrebbe vedere il nostro paese imboccare una strada del tutto opposta a quella che alcuni tra i più grandi ISP svedesi hanno annunciato di voler percorrere a tutela dei propri clienti, con la cancellazione immediata dei log riguardanti le connessioni.
L’intenzione di FAPAV è quella di poter disporre in breve tempo degli estremi necessari ad avanzare azioni legali, qualora venisse riscontrato un comportamento giudicato illegale, al fine di poter ridurre e magari rimborsare le perdite delle aziende operanti nel settore, che nel 2008 sono state quantificate in 530 milioni di euro.
Le parole di Filippo Roviglioni, presidente FAPAV, sono piuttosto chiare:
C’è la possibilità che il nostro paese adotti dei meccanismi deterrenti per scoraggiare lo scambio illegale di materiale protetto, magari muovendosi nella medesima direzione intrapresa dal governo francese.
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Print296 voti favorevoli, 233 voti contrari: l'HADOPI è di nuovo potenzialmente parte integrante dell'ordine francese contro la pirateria. La legge che introduceva i tre passaggi che portano alla disconnessione degli utenti rientra dunque dalla porta principale, in attesa che il Senato ponga il proprio sigillo su di un dispositivo destinato non solo a far discutere, ma probabilmente anche a figliare provvedimenti similari a livello comunitario. Non è un caso, dunque, se l'attenzione nei prossimi giorni su quanto succede in Francia sarà ai massimi livelli.
L'avventura dell'HADOPI parte con una sonora ed inattesa sconfitta: Sarkozy non è riuscito a compattare le fila in Senato attorno alla legge e così alla prima tornata la proposta è stata bocciata con 15 voti a favore e 21 contro. Per HADOPI si intende la "Haute Autorité pour la Diffusion des Œuvres et la Protection des Droits sur Internet", ovvero l'ente destinato ad interporsi tra provider di contenuti e provider di connessione per valutare quali utenti utilizzino la rete con modalità contrarie alle normative per il copyright. La riproposizione dell'HADOPI ha passato il primo scoglio ed ora si torna in Senato, ove la proposta era caduta alla prima tornata e dove ora combatterà nuovamente la propria battaglia definitiva.
Trattasi senza ombra di dubbio di una delle leggi più severe mai formulate in tema di pirateria. La norma prevede infatti la disconnessione dal Web per quegli utenti che fossero scoperti in recidiva, come una sorta di cartellino rosso che giunge al terzo giallo comminato. Il diritto di accesso al Web, insomma, viene anteposto dal diritto d'autore e su questo scontro matura tutto il dibattito che circonda il voto. Il tenore della discussione non è calato né è mutato rispetto alla prima tornata: la legge è opinabile, la sua messa in atto è dispendiosa e scarsamente garantista, il principio portato avanti è osteggiato da troppi.
L'Italia è alla finestra. Le tentazioni verso una normativa similare sono forti e già nel recente passato l'on. Bondi aveva lasciato intuire una certa affinità di vedute con il Governo Sarkozy su queste tematiche. Il dibattito sull'HADOPI ha pertanto travalicato le Alpi, trovando un muro contro muro anche nel nostro paese.
In discussione v'è il concetto stesso di Rete. Se trattasi di un elemento integrato nei diritti dell'uomo, il diritto d'autore dovrebbe trovare altri modi per veder garantito il proprio status. Se invece la proprietà intellettuale assumesse rango di maggior rilievo, il diritto all'accesso potrebbe divenire moneta di scambio ed arma sanzionatoria, pur se in contrasto con quelle che sono le raccomandazioni provenienti dall'UE. Entro pochi giorni il Senato esprimerà la propria posizione definitiva. Se l'HADOPI dovesse divenire legge dello stato, entro un anno si potrebbero registrare le prime disconnessioni forzate.
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Sono stati giudicati colpevoli in tribunale (in attesa dell'appello) e ora si vendicano a modo loro. I pirati della baia non ci stanno a dover essere gli unici a pagare e così il fondatore del motore per torrent ha inventato una vendetta elaborata ma (forse) efficace: una nuova forma di attacco informatico ingegnosamente battezzata come DDo$.
Rispetto ai più tradizionali attacchi DDoS l'idea di Gottfrid Svartholm (noto in rete come "anakata") è di invadere di microdonazioni il conto in banca di Peter Danowsky, uno degli avvocati che hanno rappresentato le etichette musicali nel processo che ha condannato The Pirate Bay. Dal sito messo in piedi per l'occasione (internetavgift.se) viene spiegato come e dove effettuare le donazioni di circa una corona svedese (equivalente a pochi centesimi di euro).
Il punto è che secondo le regole della banca presso la quale lo studio legale ha il conto i primi 1.000 pagamenti ricevuti nell'anno sono soggetti ad un certo regime tariffario mentre i seguenti ad un altro molto meno conveniente. Le conseguenze possono dunque oscillare tra l'obbligo per Danowsky di rimborsare tutte queste donazioni non annotate nei libri contabili (con conseguente perdita di tempo) ad un maggiore esborso per lo studio ad ogni pagamento.
Dunque non si procura un danno propriamente detto, ma molto fastidio e del lavoro in più. Tuttavia Danowsky e soci non intendono stare a guardare che hanno già dichiarato di voler chiedere i danni per molestia e rivalersi economicamente sui fondatori di The Pirate Bay e su quanti parteciperanno all'iniziativa: «I nomi di chi sta versando denaro sono disponibili e noi prenderemo provvedimenti».
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PrintAttorno a The Pirate Bay molto si è detto, ma spesso e volentieri i discorsi affondavano in questioni di principio sulla reale gravità della pirateria, sui possibili risvolti positivi del P2P, sulle caratteristiche del protocollo BitTorrent, eccetera. Raramente si è potuto parlare della Baia dal punto di vista legale, quello che poi è invece il campo vero su cui The Pirate Bay deve combattere la propria battaglia. Trascinati in tribunale in Svezia, i quattro responsabili del motore di Torrent saranno presto chiamati alla sbarra anche in Italia, e di questo caso abbiamo potuto discutere con Giovanni Battista Gallus e Francesco Paolo Micozzi, avvocati di Peter Sunde sul suolo italiano.
Prima, però, un passo indietro. Tutto inizia con il processo svedese alla Baia, processo conclusosi in prima fase con una condanna: una multa da 2.7 milioni di euro ed una sentenza penale indicante un anno di detenzione per ognuno dei responsabili del sito (Peter Sunde, Fredrik Neij, Gottfrid Svartholm e Carl Lundström). Mentre il processo si avvia in appello, però, emerge un lato particolare: il giudice che ha firmato la sentenza sarebbe oltremodo sbilanciato nella propria posizione poiché partecipante ad attività di associazioni in difesa del copyright, e pertanto difficilmente compatibile con il caso specifico. L'annullamento del processo, pertanto, potrebbe passare per questa via alternativa, lasciando il merito del dibattito ad una seconda fase.
Nel frattempo il caso manifesta un proprio fronte anche in Italia, ed a ricordarne l'entità è direttamente la Federazione Industria Musicale Italiana. Nel festeggiare la sentenza di colpevolezza formulata in Svezia, infatti, la FIMI rilascia alcune specifiche considerazioni relativamente al caso italiano: «In Italia il sito thepiratebay.org è stato posto sotto sequestro dalla Procura di Bergamo, a seguito di un'operazione del Comando Provinciale della Guardia di Finanza, nell'agosto del 2008. I quattro creatori e gestori del sito sono stati denunciati per violazione della vigente normativa in materia di diritto d'autore. Nell'ambito dell'operazione era stato anche ingiunto a tutti gli internet provider italiani di predisporre il blocco IP e DNS del sito svedese. Il provvedimento della procura, pienamente confermato dal Giudice per le Indagini Preliminari, è stato parzialmente revocato dal Tribunale del Riesame che, pur confermando in modo netto e deciso l'illiceità della condotta dei gestori di Pirate Bay, ha disposto la revoca del blocco IP e DNS per vizio di forma. Si attende ora la pronuncia della Suprema Corte di Cassazione sul ricorso presentato dal Pubblico Ministero di Bergamo. A prescindere dall'attesa pronuncia della Suprema Corte di Cassazione thepiratebay.org, ai sensi della vigente normativa in materia di diritto d'autore, rimane un sito illegale e gli utenti che lo utilizzano per scaricare brani non autorizzati rischiano di incorrere nelle sanzioni previste dall'art. 174 ter (sanzione amministrativa pari a 154 euro) oppure dagli art 171 a-bis e 174 bis (multa fino a 2065 euro e sanzioni amministrative pari a 103 euro per ogni file illegalmente immesso in rete)».
A rischio il sito, a rischio gli utenti. Abbiamo pertanto rivolto alcune domande agli avvocati Gallus e Micozzi così che si possa far chiarezza su di un tema che, soprattutto dal punto di vista legale, appare oggi più che mai fumoso e complesso.
Su quali accuse verte il fronte italiano della sfida legale a Pirate Bay?
«Questo è il capo d'imputazione, ripreso dal decreto di sequestro:
"In ordine al reato previsto e punito dagli articoli 110 c.p. e 171 - ter, comma 2, lettera a bis), della Legge 22 aprile 1941 n. 633 pochi in concorso tra loro e con altri attualmente ignoti, in violazione dell'articolo 16 della suddetta logge ed a fini di lucro, comunicavano al pubblico opere dell'ingegno protette dai diritto di autore, in particolare file musicali; documenti di testo; riproduzioni digitali di pubblicazioni a stampa; audiolibri; immagini; opere cinematografiche a televisive; programmi informatici (secondo il dettagliato elenco dinamico, in costante aggiornamento, pubblicato sul sito medesimo, distinto per tipologie di file, reperibile a partire dall?indirizzo web http://thepiratebay.org/browse), immettendo le opere stesse sulla rete Internet attraverso il sito identificato dai seguenti nomi di dominio (tutti alias del medesimo sito):
* www.thepiratebay.org;
* www.angloamericanletting.com;
* www.piratebay.net;
* www.piratebay.org;
* www.thepiratebay.com;
* www.thepiratebay.net;
* www.thepiratebay.org.
Avv. Giovanni Battista Gallus
fatto commesso adibendo il suddetto sito a torrent tracker e quindi rendendo disponibili, sulle corrisponderti "pagine web" codici alfanumerici complessi del tipo "torrent", in grado di identificare univocamente i singoli file e di consentire, agi utenti registrati sul sito, di scambiare tra loro copie integrali o parziali dei file stessi; ravvisandosi il lucro negli introiti delle inserzioni pubblicitarie a pagamento inserite sul sito stesso, come pure nella tariffa - non inferiore ad Euro cinquemila - applicata agli utenti che accedono al sito in deroga alle politiche di utilizzo prescritte dagli amministratori.
Con l'aggravante di cui all'arr. 61 n. 7 c.p.., per aver cagionato ai detentori del diritto patrimoniale di autore sulle suddette opere un danno patrimoniale di rilevante gravità (essendo indici sintomatici della ritenuta gravità sia l'elevatissimo numero di opere dell'ingegno abusivamerne circolanti tramite il sito che il considerevole prezzo di mercato del software reso disponibile, comprensivo sia di sistemi operativi che di programmi informatici applicativi per uso professionale). Fatto commesso in luogo sconosciuto, in permanenza attuale"»
Avv. Francesco Paolo Micozzi
Precisa inoltre l'avv. Micozzi: «Il procedimento penale italiano si trova ancora in fase di indagini, ossia in quella fase in cui il pubblico ministero raccoglie le prove a carico (ma anche a discarico) dell'indagato e che si conclude nel momento in cui lo stesso pubblico ministero deciderà se rinviare a giudizio gli indagati, oppure chiedere al GIP l'archiviazione dell'intero procedimento. Ci troviamo, quindi, in una posizione meno avanzata di quella svedese, in cui, invece, si è giunti già ad una condanna nel merito. La vicenda della scorsa estate - non ancora conclusa - infatti, rappresenta unicamente una fase incidentale del procedimento e che riguarda esclusivamente il sequestro del sito internet e non la responsabilità o meno dei titolari di ThePirateBay. Il nostro unico obiettivo, in quel frangente, era di ottenere il dissequestro del sito, posto che il tribunale del riesame non avrebbe potuto dare alcun giudizio di responsabilità o meno nel merito della vicenda».
Qual'è la posizione del suo assistito, Peter Sunde, nel caso?
« Stando agli atti di indagine precedenti alla richiesta di sequestro, non è molto chiaro quale sia il ruolo di Sunde o degli altri, posto che nessuna indagine è stata svolta, al di là di quanto lamentato nella denunzia sporta dalla "Federazione contro la Pirateria Musicale"».
In tema P2P vige un vuoto legislativo che poco aiuta la giurisprudenza ad intraprendere decisioni omologhe le une alle altre. Come ritiene dovrebbe comportarsi il legislatore sul tema?
Risponde l'avv. Gallus: «Ritengo che non si possa parlare di vuoto legislativo, semmai di "affollamento", o di "superproduzione" legislativa. Infatti, il campo del diritto d'autore è disseminato di sanzioni penali (e amministrative) severissime. Nell'ultimo decennio, il legislatore è intervenuto tantissime volte a modificare proprio la materia della tutela penale delle violazioni in tema di "proprietà" intellettuale, con l'effetto di rendere la disciplina complessa, farraginosa, disorganica e di difficile comprensione.
I reati contestati in questo caso sono quelli conseguenti alle modifiche operate dal c.d. "Decreto Urbani" (d.l. 22 marzo 2004, n. 72, convertito in L. 108/2004), che ha introdotto proprio le fattispecie legate alla abusiva comunicazione al pubblico attraverso immissione in un sistema di reti telematiche, mediante connessioni di qualsiasi genere, di opere dell'ingegno. Tale modifica tendeva proprio alla criminalizzazione del p2p.
Il Legislatore dovrebbe dismettere le condotte schizofreniche e gli interventi emergenziali, introducendo sanzioni penali soltanto per le condotte più gravi e più dannose, poste in essere a fini imprenditoriali o commerciali, e non operando delle criminalizzazioni generalizzate di condotte che la collettività oramai percepisce come sostanzialmente non offensive di interessi primari.
In altre parole, la risposta alla "crisi" del diritto d'autore (o meglio alla flessione dei bilanci degli intermediari) non può passare attraverso una irrealizzabile repressione di condotte diffusissime, ma deve tener conto della mutata realtà. È il diritto a doversi adattare ai mutamenti sociali, e non viceversa».
Sulla stessa linea d'onda anche la prospettiva dell'avv. Micozzi: «È necessario, in un'ottica di più ampio respiro, rivedere a livello globale tutto il sistema di gestione dei diritti sulle opere dell'ingegno. Una rivisitazione che tenga conto della realtà dei fatti e dell'inadeguatezza di certi istituti ed istituzioni che vedono come un pericolo la novità degli strumenti offerti dalla rete».
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PrintSeppure in attesa di appello, la sentenza di condanna di The Pirate Bay ha già sortito un effetto importante.
Numerosi tracker torrent privati, molti dei quali operanti proprio in Svezia, hanno deciso di chiudere l’attività e i propri siti.
L’aria pesante che tira sui siti che consentono la condivisione di materiale protetto da copyright, dunque, ha indotto tracker come Nordicbits, Powerbits e Piratebits a cessare di esistere, per evitare di essere a loro volta coinvolti in vicende giudiziarie.
Proprio Nordicbits attualmente mostra in homepage un messaggio che fa riferimento alla vicenda Pirate Bay come causa della sua chiusura.
Pare che molti altri tracker siano intenzionati a seguire questa strada nei giorni a venire.
Quella che sembrava un’isola felice, per quanto avversata dai malcontenti di più parti, è improvvisamente piombata in un momento di terrore: la condanna di Pirate Bay rappresenta certamente uno spartiacque nella recente storia del mondo della condivisione in Internet.
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PrintIn qualunque modo si cerchi un file da scaricare con BitTorrent, quel che inizialmente otterremo non sarà l’oggetto delle nostre ricerche, bensì un altro, piccolissimo file con estensione.torrent, il quale, una volta letto e interpretato dal nostro client, darà il via allo scaricamento vero e proprio.
Allo stesso modo, se volessimo condividere qualcosa attraverso BitTorrent, la prima operazione da compiere sarebbe quella di creare un file.torrent. Questa guida vi spiegherà come fare. Utilizzeremo uTorrent, perché è il più famoso, il più semplice e il più leggero fra i programmi di questo genere, ma si potrebbero applicare gli stessi principi basilari anche a Azureus/Vuze, Transmission o qualunque altro software atto allo scopo.
Come è noto, i torrent funzionano grazie ai tracker, ovvero dei server che indicizzano i file e permettono ai client di connettersi fra loro. Il primo passo da compiere è quindi quello di cercarne uno a cui appoggiarsi: la grandissima maggioranza dei tracker richiedono la registrazione, ma le eccezioni non mancano. Una volta fatta questa scelta, si può lanciare uTorrent, per poi selezionare “file” e quindi “crea un nuovo torrent” (in alternativa si può semplicemente premere ctrl+n oppure cliccare sull’icona a forma di bacchetta magica).
Comparirà una schermata: nella parte più in alto va indicato il file o la cartella che si vuole caricare, usando gli appositi pulsanti. Il suddetto file o cartella non deve trovarsi in una particolare posizione all’interno del vostro computer, ma è necessario che una volta selezionato non venga più spostato o modificato in alcun modo, pena l’impossibilità di mandare a buon fine l’upload.
Nella parte centrale va inserito il tracker da noi scelto, un commento (facoltativo) e infine le dimensioni delle parti in cui il torrent verrà diviso per accelerare lo scaricamento. L’opzione di default è “dimensione automatica”, ma in alcuni casi è bene che sia il creatore del torrent (e non il client) a curare anche questo aspetto. La regola è lapalissiana: più grande il file, maggiore la dimensione delle singole parti.
Nell’ultima sezione di questa schermata ci sono due opzioni: “inizia il seeding”, nel caso in cui si voglia iniziare la condivisione subito dopo la creazione del torrent, e “torrent privato”, che, se selezionata, disabilita il protocollo DHT. Il motivo di questa funzione verrà spiegato in seguito, ora basterà cliccare su “crea e salva come…” e scegliere la posizione di salvataggio. Il vostro.torrent è stato creato.
Come si può vedere, il procedimento non è particolarmente complesso, ma si fonda su alcune regole ferree che devono assolutamente rispettarsi nel caso ci si voglia avventurare nel mondo di BitTorrent:
- se vogliamo che il vostro torrent sia raggiunto da un elevato numero di utenti, è bene inserirlo all’interno di un motore di ricerca specifico;
- nella scelta del tracker, controlliamo attentamente ciò che è permesso e ciò che non è permesso condividere: non è una buona idea appoggiarsi ad un tracker specializzato in distribuzioni linux per poi caricare il filmato di un matrimonio;
- se il tracker da noi scelto è privato, è necessario che anche il nostro torrent sia privato (vedi sopra). Questi tipi di tracker, infatti, si basano sulla share ratio dei singoli membri, vale a dire il rapporto fra quanto si scarica e quanto si fa scaricare. Utilizzare il protocollo DHT impedirebbe il giusto calcolo di tale rapporto;
- Un’altra ragione per cui molti siti torrent vietano l’uso del DHT è che non vogliono che i loro file vengano condivisi all’esterno del sito stesso; ci si deve informare con attenzione riguardo questo aspetto, se non si vuol correre il rischio di venire espulsi; ;
- caricare, condividere e scaricare materiale protetto da diritto d’autore è illegale; questa guida non deve essere interpretata come una “autorizzazione” a compiere azioni contrarie alla legge.
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PrintSi è tenuto nei giorni scorsi a Firenze il convegno dal titolo Copyright e Copyleft in Internet, organizzato nell’ambito delle celebrazioni dei 150 anni del quotidiano La Nazione.
Alla riunione hanno partecipato diversi esponenti di spicco, rappresentanti delle varie parti coinvolte nella questione della tutela del diritto d’autore su Internet.
In particolare, il rappresentante della SIAE, Sapo Matteucci, ha rilevato quanto segue:
Nell’epoca di Internet risulta particolarmente difficile proteggere le opere di ingegno, in particolare quelle che hanno forma digitale. Il motivo è da ricercarsi nella miriade di programmi difficilmente controllabili da parte delle autorità preposte, che consentono lo scaricamento illegale e gratuito di file contenenti brani musicali, film, foto o libri digitali.
Di qui l’idea, che ricalca quella di cui avevamo già riferito in un precedente articolo, di far pagare una somma di denaro ai provider Internet o ai gestori di telefonia fissa, che dall’attività di download ricavano un utile. Tale denaro verrebbe poi distribuito tra gli aventi diritto.
Altri interventi di rilevo sono stati quelli di Gianluigi Chiodaroli, presidente della Società Consortile Fonografici Italia, che rappresenta oltre 280 case discografiche:
Uno dei problemi maggiori è la mancanza di consapevolezza del fatto che scaricare musica o film senza corrispondere i diritti d’autore è un reato.
e di Niccolò Rositani, professore di Diritto d’autore all’Università di Firenze:
Le nostre norme sul diritto d’autore sono molto avanzate, decisamente superiori a quelle dei paesi anglosassoni. Non dimentichiamoci, però, che le leggi non proteggono idee e contenuti, fruibili da chiunque, ma solo le formule di espressione di tali idee.
Conclusione del convegno affidata all’onorevole Monica Baldi, che ha fatto riferimento alla situazione europea:
Credo che una misura importante sia quella di equiparare il diritto d’autore, cioè quello che scaturisce dalla creazione, al diritto connesso, che deriva invece dalla registrazione di una sua esecuzione su supporto atto a riprodurla.
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PrintLa HADOPI (Haute Autorité pour la Diffusion des Œuvres et la Protection des Droits sur Internet) è durata il tempo di far parlare di sé, trarre l'Italia in un non meglio precisato patto sul quale ancora l'on. Bondi deve rispondere in parlamento, poi in un attimo tutto scompare in mezzo al generale sospiro di sollievo. La norma che introduceva le "tre botte e via", voluta dal governo Sarkozy per osteggiare la pirateria online, scompare con un voto, fermandosi alla seconda tornata dopo il lasciapassare alla prima analisi.
«Le uova di pasqua dei cittadini francesi si sono schiuse anzitempo ed hanno regalato a questi ultimi la più bella delle sorprese: con un gesto di orgoglio e di rispetto della democrazia di rara intensità il Parlamento francese non se l'è sentita di varare definitivamente la legge Hadopi e l'ha bocciata, dando così ragione a quanti, sin qui, ne avevano sottolineato la palese illegittimità»: così Guido Scorza ha benedetto a caldo la bocciatura dell'HADOPI. 15 voti a favore e 21 contro: la norma si ferma in Senato grazie all'assenza dei voti della Destra e ad un paio di franchi tiratori i quali hanno unito il loro voto a quello dell'opposizione.
Lo stesso sollievo è espresso dall'on. Roberto Cassinelli, colui il quale aveva firmato il documento di interrogazione parlamentare rivolto all'on.Bondi: «A questo punto siamo un po' più tranquilli: l'Assemblea nazionale francese non ha ratificato la legge Hadopi sull'antipirateria online, e confidiamo che il Ministro Bondi non abbia più dubbi nel decidere di non adottare il sistema a risposta graduale proposto dal Ministro francese per la cultura». Oltre alle evidenti discrasie tecniche, la norma imponeva infatti un regime di pesante controllo sulla rete, giungendo alla sanzione del distacco dopo un procedimento a tre stadi di avviso. La terza ammonizione, insomma, avrebbe determinato l'espulsione, caratterizzata da un distacco temporaneo dal Web con tutto quel che può derivarne. La sanzione contro i diritti: lo scontro a livello di principo è stato feroce, ma in Senato questi ultimi sembrano aver avuto la meglio affondando la normativa da cui già alcuni stati esteri stavano prendendo spunto per la propria legiferazione in materia.
Con lo stop della contestatissima norma sembra arenarsi la battaglia contro la pirateria che vedeva nell'istituzione dell'HADOPI la creazione di un elemento di forte repressione, pur se in fase attuativa la norma avrebbe dovuto incontrare non poche difficoltà (esasperate peraltro dal sicuro atteggiamento ostruzionista da parte dell'utenza). Fermandosi l'HADOPI, e venendo meno le basi che sorreggono l'emendamento D'Alia e le pressioni delle proposte firmate da Gabriella Carlucci, sembra temporaneamente sgonfiarsi una agglomerato di proposte che andavano tutte nella stessa direzione, peraltro contraria a quella delineata da nuove raccomandazioni provenienti dall'Unione Europea.
L'Italia, dopo aver parzialmene ceduto alle lusinghe della legiferazione transalpina, dovrà ora rispondere al voto del Senato francese prendendo posizione su una questione divenuta ormai centrale per regolamentare un settore che ad oggi vive ancora di forti contrasti, pressanti lobby e la generale assenza di personalità di spicco in grado di proporre approcci alternativi alla materia. Una cosa è certa: i vecchi sistemi non esistono più ed il vecchio modo di regolamentare il settore non sa adattarsi alle nuove realtà che la rete porta nelle case. Di qui occorre partire per rivedere l'emendamento D'Alia, per bocciare le proposte della Carlucci e soprattutto per iniziare un nuovo percorso comune che sappia trovare la giusta direzione. Incontrarsi sarà il primo passo.
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L’Assemblea Nazionale francese ha approvato, il 2 aprile, la nuova legge sul download illegale. La decisione è stata presa all’unanimità da tutti i partiti.
La nuova normativa prevede sanzioni pesanti per i trasgressori: sospensione della connessione fino a un anno, per chi scarica illegalmente film e canzoni, previo avviso recapitato via mail o raccomandata.
Infatti, se dopo un anno dall’avvertimento il soggetto continui nell’attività illecita di download, questi sarà considerato recidivo e subirà l’interruzione dell’accesso ad Internet.
Tale sospensione avrà durata variabile tra i due mesi e un anno. Delle infrazioni online si occuperà un nuovo ente, l’Autority per la diffusione delle opere e la protezione dei diritti su Internet (Hadopi), che finanzierà l’invio di 3.000 raccomandate e di 10.000 mail ogni giorno.
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