PrintA quanto pare anche Twitter punta sulle serie TV autoprodotte e lo fa in maniera nuova. Infatti, un po’ a sopresa, il portale di microblogging ha deciso di lanciarsi nel mercato delle serie TV ma non facendolo in maniera “convenzionale”, bensì introducendo alcuni elementi “non lineari” che fanno di questo un progetto curioso e di sicuro interesse quale forma di marketing in rete.
La serie organizzata da Twitter avrà infatti alcune peculiarità proprie quali la mancanza di una sceneggiatura predefinita e il fatto che al centro di tutto ci saranno gli utenti, dato che saranno loro i protagonisti al centro della storia e che ne decideranno storia e risvolti secondari.
Per adesso non si conoscono molti dettagli sul progetto tranne che è stato ideato dalla sceneggiatrice Amy Ephron e che sarà prodotta dalle società Reveille e Brillstein Entertainment.
L’obiettivo è quello di portare la gente ad essere protagonista e si capisce dalla parole degli stessi responsabili del progetto:
Abbiamo trovato un modo avvincente per portare l’immediatezza di Twitter sul piccolo schermo. Vogliamo portare la gente comune sul sentiero delle celebrità con un progetto rivoluzionario e competitivo.
Un punto di vista che probabilmente rispecchia sempre più l’andamento del mercato della rete e non solo. Sono infatti sempre di più i progetti televisivi che vedono la gente comune protagonista assoluta, spostando quello che è sempre stato il ruolo del pubblico e facendolo diventare soggetto attivo.
Un aspetto che con Twitter verrà ampliato in quanto gli utenti saranno non solo parte attiva quanto a partecipazione, ma avranno il compito fondamentale di “scrivere” la storia. Un progetto che, se avrà successo, potrebbe introdurre un nuovo elemento nel rapporto tra le Web-community di Internet e i suoi utenti, con conseguenti nuovi spazi e scenari che si potrebbero aprire per il marketing e la comunicazione pubblicitaria associata a questi progetti.
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PrintGli inserzionisti sono disposti a spendere di più online per connettersi direttamente con i consumatori. È quanto emerge da una ricerca effettuata dalla SEMPO (PDF), la Search Engine Marketing Professional Organization, questo perché riescono a capire, a valorizzare e a sfruttare i vantaggi della rete sia per quanto riguarda la segmentazione offerta dal behavioral targeting e dalle applicazioni di search locale.
Infatti il 75% degli intervistati afferma che è disposto a pagare per le opportunità offerte dalla pubblicità mirata grazie al target comportamentale, di conseguenza, il 10% è interessato a spendere di più anche per il target demografico e quello per fascia oraria.
Per quanto riguarda search locale, un terzo del campione della ricerca ha sperimentando l’efficacia degli annunci locali e i buoni risultati raggiunti fino adesso hanno aperto un nuovo spazio dove possono investire con successo.
Per quanto riguarda i media online stanno diventando importanti i video, per cui molti sono disposti a pagare di più per una pubblicità specifica e i social network, in particolare Facebook usato dal 40% degli intervistati.
Questa ricerca offre dei segnali importanti che fanno sperare in una crescita del settore della pubblicità online ma soprattutto consentono di stabilire un ritorno economico adeguato al budget d’investimento.
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Il giornalismo classico ormai sta scomparendo come i giornali cartacei. È questo quello che è emerso dalla terza edizione del Festival Internazionale del giornalismo che si è svolto in questi giorni a Perugia.
Il giornalismo diventa sempre di più 2.0 e trova nuove modalità di espressione come i blog, YouTube, Twitter, tutti strumenti fondamentali per il giornalismo partecipativo, dove tutti possono riportare informazioni dal proprio punto di vista che va al di là del mercato classico dell’editoria dei grandi colossi.
Il citizer journalism è una delle direzioni del nuovo che avanza, che continua a destare molto interesse, sia in Italia che all’estero, soprattutto con la crisi delle vendite dei giornali su carta e degli introiti pubblicitari. Questo modello servirebbe ad eliminare moltissimi costi sia di redazione, che di trasferte, che di pubblicazione. Ma è anche una forma di giornalismo dove gli utenti possono partecipare, esprimendo le proprie opinioni e scegliendo i temi più interessanti.
Il problema fondamentale, che apre un grande dibattito, resta quello della credibilità delle fonti, se tutti possiamo dire la nostra, possiamo anche inventare notizie o confondere la realtà, perdendo la fiducia dell’interlocutore. È necessario un professionismo di fondo che possa garantire qualità ed equità nel diffondere le informazioni.
Con queste prospettive bisogna trovare un business model che possa monetizzare queste idee e questi cambiamenti. Si può ridurre le spese intorno alla creazione di notizie ma come trasformare in guadagno tutto questo?
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PrintSecondo una recente ricerca diffusa da Netpop, negli Stati Uniti, l’utilizzo dei social network starebbe crescendo ad un ritmo davvero impressionante, pari al 93% dal 2006 ad oggi.
L’analisi sostiene che le persone connesse passano ben il 32% del loro tempo sulle principali piattaforme di collaborazione, per una percentuale che è più del doppio di quanto si poteva registrare appena tre anni fa.
A parziale conseguenza di ciò, è diminuito fortemente il tempo trascorso dagli internauti su quelle che vengono definite come le forme più “tradizionali” di divertimento online, in declino del 29%, ma che assorbono ancora circa il 19% del tempo passato complessivamente sulla rete.
Per gli analisti di Netpop questo cambiamento nei dati sarebbe particolarmente significativo delle nuove abitudini degli utenti della rete, che starebbe assumendo sempre più i connotati di un luogo del dialogo e della condivisione.
Sempre secondo la stessa ricerca, sarebbero oltre tre su quattro gli americani con profili sui principali social media.
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Liquida.it, attualmente in versione beta, si presenta come piattaforma e come magazine per l’aggregazione dei contenuti generati dai blogger italiani, aspirando a far emergere quelli migliori. Il suo amministratore delegato, Andrea Santagata, ha significative esperienze di Web e Web marketing, essendo stato co-fondatore della piattaforma blog Splinder e avendo poi lavorato per Libero.it e come responsabile marketing di Virgilio.it.
Nei giorni scorsi è stata diffusa la notizia di un significativo investimento di Quantica Sgr proprio su Liquida.it che, quanto al modello di business, genera entrate e fa marketing attraverso il suo servizio di aggregazione e monitoraggio della rete.
Il fulcro su cui Liquida.it intende far leva è una circostanza difficilmente arginabile del Web: anche limitandosi ai blog, la continua generazione di contenuti ha il suo corrispettivo in una continua “sparizione” o irraggiungibilità degli stessi. Il problema è che anche i servizi di aggregazione si moltiplicano e verosimilmente si moltiplicheranno.
Cosa potrà fare la differenza tra i servizi di aggregazione? Forse la “valorizzazione” del prosumer? Nelle FAQ di Liquida.it, in effetti, si trova un cenno, che resta enigmatico, al problema della “valorizzazione” e della “redistribuzione economica del valore generato” dai contenuti aggregati. Si allude anche a Google AdSense, dicendo che esso (o qualcosa di simile) non può restare “l’unico strumento” a disposizione dei produttori di contenuto per guadagnare qualcosa.
Resta nel vago a quali modelli alternativi si stia pensando: anche perché trovare un modello interessante, per garantire un ritorno economico ai prosumer, significherebbe trovare un modo per distinguersi e diventare preferibili tra tanti altri servizi di aggregazione.
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PrintUn articolo di Henry Blodget su CNN Money, in data 12 marzo 2009, riprende alcune voci circolate nei giorni precedenti e titola: “Trovato un modello di business per Twitter”.
Di che si tratta? Un paio di mesi dopo il lancio dello strumento “suggested follows” (basato su un algoritmo), considerando l’imponente e persistente crescita percentuale degli utenti di Twitter, l’uomo d’affari Jason Calacanis ha offerto 250.000 dollari per essere inserito, per i prossimi due anni, nella lista dei “Suggested follows” per i nuovi utenti.
Considerando che i modelli di business a supporto dei social network sono periodicamente oggetto di discussione e sperimentazione, questo è davvero un caso interessante da seguire. Ma quanto può “valere” davvero stare nella lista dei Suggested Follows di Twitter? Chi può saperlo?
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